Negli ultimi anni le organizzazioni con cui abbiamo lavorato ci hanno chiesto con sempre maggiore frequenza di accompagnarle ad affrontare le grandi sfide e le necessità di cambiamento che il mercato e la società ponevano loro davanti. Questo ci ha provocato molto: si può cambiare usando formule, chiavi di lettura e metodi del passato?
Abbiamo così iniziato a porre a verifica le nostre esperienze e le conoscenze di business e di psicologia su cui ci basavamo con i numerosi stimoli che ci arrivavano dalla conoscenza dell’inestricabile connessione tra corpo e mente, dalle neuroscienze, dagli studi sui sistemi complessi, dalla fisica quantistica e dalla biologia. Tutto questo, insieme allo studio della mindfulness, della gestalt, della teoria polivagale, ci conduceva a guardare le cose da un punto di vista diverso: un punto di vista che abbiamo man mano sentito vicino alle nostre esperienze e ai nostri valori e, allo stesso tempo, più efficace per lavorare nella complessità.
In particolare, abbiamo compreso che, in un team, così come in un’organizzazione, in un individuo, in una società, ciò che sta alla base di quello che possiamo semplicisticamente definire “un buon funzionamento” è la capacità dei singoli individui di essere profondamente radicati in sè e, contemporaneamente, in connessione con gli altri, collaborando all’interno di una rete, in cui la diversità è fonte di ricchezza e possibilità di sviluppo, come singoli e come gruppo. La Foresta lo ha già imparato e messo in pratica da millenni: per questo è sopravvissuta a catastrofi, cambiamenti climatici, eventi straordinari, e, se lasciata a se stessa, continuerà a farlo. Anche noi esseri umani possiamo re-imparare a farlo, poichè, in quanto membri di quella “foresta” allargata che è il mondo, abbiamo le stesse potenzialità e gli stessi bisogni. Anche quando lavoriamo, anzi soprattutto quando insieme ad altri mettiamo in comune competenze, bisogni ed energie per risolvere problemi e raggiungere obiettivi.